Trovare il proprio posto: quando ciò che sembra un limite diventa un punto di forza

Trovare il proprio posto: quando ciò che sembra un limite diventa un punto di forza

Trovare il proprio posto significa riconoscere talenti e caratteristiche personali e scegliere il contesto in cui possono diventare un valore. Una riflessione su lavoro, cambiamento e scelte professionali.

Trovare il proprio posto: quando ciò che sembra un limite diventa un punto di forza

Mi piace pensare che siamo tutti meravigliose tessere di un puzzle. 
Non tessere perfettamente quadrate, intercambiabili, buone per qualsiasi spazio.
Abbiamo anse, curve, sporgenze. Una forma che ci identifica e che deriva da ciò che sappiamo fare, da come pensiamo, dalle esperienze che abbiamo attraversato, persino da alcune caratteristiche che per anni abbiamo considerato difetti. 
Forse il nostro compito non è modificare continuamente quella forma per riuscire a entrare nello spazio che abbiamo davanti.
Forse è trovare il luogo nel quale quella forma può contribuire a completare il disegno.

Sempre facile? Assolutamente no.

Quando forziamo l'incastro

A volte siamo convinti di essere la tessera giusta per uno spazio. Ci proviamo. Insistiamo. Magari riusciamo persino a incastrarci, forzando un po'. Ma qualcosa non torna.
Noi siamo compressi, le tessere intorno si spostano e il disegno complessivo non funziona.
Credo che accada anche nella vita professionale.
Possiamo trascorrere molto tempo cercando di adattarci a un ruolo, a un'organizzazione o a un'idea di carriera perché pensiamo che sia lì che dovremmo stare.
E magari siamo anche bravi.
Ma essere bravi in qualcosa non significa necessariamente essere nel posto giusto.
Io questa sensazione la conosco bene.

Per molto tempo sono stata una tessera difficile da collocare

Sono curiosa, insofferente alla ripetizione, energica. Mi sono sempre buttata a capofitto nei progetti, soprattutto in quelli nuovi e complessi.
Quando ero dipendente, queste caratteristiche mi hanno dato molto, ma qualche volta hanno rappresentato anche un limite.
Mi comportavo spesso come se l'azienda fosse mia. Me ne assumevo responsabilità, problemi, obiettivi. Cercavo soluzioni anche oltre il perimetro del mio ruolo.
Poi, inevitabilmente, incontravo un confine: l'azienda non era mia, ed era giusto così.

Le decisioni finali, le priorità, le regole erano di altri.
Avrei potuto cercare altrove. E qualche volta l'ho fatto, ma incontravo un secondo problema: ero troppo trasversale.
Sono stata definita una "trasversale profonda" e credo sia una delle descrizioni professionali che mi rappresentano meglio.
Non saltavo superficialmente da una cosa all'altra. Al contrario, entravo profondamente nei problemi. Ma attraversavo competenze, funzioni e ruoli differenti. 
Ed è difficile spiegare chi sei quando il mondo del lavoro ti chiede spesso di scegliere una casella.
Io ero a cavallo tra troppe caselle per occuparne perfettamente una sola.

Il limite che è diventato il mio superpotere

A 50 anni ho scelto la libera professione. Con una buona dose di coraggio e senza sapere esattamente dove mi avrebbe portata ed è successo qualcosa di interessante.
Non sono diventata improvvisamente diversa.
Sono rimasta curiosa, trasversale, insofferente alle risposte troppo semplici. Ho continuato ad appassionarmi ai progetti nuovi, alle situazioni da decifrare, ai problemi che non hanno già una procedura pronta.
È cambiato il contesto.
E molte delle caratteristiche che in alcuni ambienti avevano rappresentato un limite sono diventate la mia carta vincente.
Oggi posso entrare in un'azienda, lavorare con un manager, progettare una formazione, accompagnare una persona in un cambiamento, affrontare un progetto sperimentale e mettere insieme organizzazione, creatività e mindset.
La trasversalità non è più qualcosa che devo giustificare, ma è esattamente ciò per cui vengo chiamata.

La tessera non è cambiata. Ho trovato un puzzle nel quale la sua forma aveva senso.

Non sempre ci serve una mappa

Perché racconto tutto questo?
Perché credo che passiamo molto tempo a cercare mappe.
Qualcuno che ci dica quale strada seguire, quale ruolo scegliere, quale competenza sviluppare, quale passaggio venga dopo quello che abbiamo appena compiuto.
Le mappe sono rassicuranti perché mostrano strade già percorse, ma non sempre la nostra strada è già disegnata.
Qualche volta abbiamo soltanto una bussola.
Possiamo osservare ciò che ci interessa, ciò che sappiamo fare bene, ciò che ci dà energia, i problemi che ci piace affrontare. Possiamo riconoscere i contesti nei quali funzioniamo meglio e quelli nei quali, invece, continuiamo a forzare l'incastro.
E poi possiamo cominciare a tracciare la nostra strada. Io l'ho fatto.
Continuo a farlo, perché non credo di essere arrivata da nessuna parte una volta per tutte.
Continuo a scegliere progetti che altri magari rifiuterebbero proprio perché nuovi, difficili o sperimentali.
Sono quelli che mi permettono di incontrare realtà appassionate, diverse, stimolanti. Di imparare. Di mettere insieme pezzi apparentemente lontani. Di costruire qualcosa che prima non c'era.
Ed è anche una parte importante del lavoro che faccio con le persone.
Non aiutarle a entrare meglio nella casella che qualcuno ha preparato per loro, ma aiutarle a capire quale forma hanno, dove quella forma può generare valore e quale strada possono costruire per arrivarci.

Perché non tutte le curve devono essere raddrizzate.
Non tutte le sporgenze sono difetti.
E forse crescere significa anche smettere di domandarsi continuamente "Come faccio a entrare qui?" e cominciare a chiedersi "Dove può avere davvero senso la mia forma?"

Solo allora la nostra tessera smette di sembrare sbagliata e cominciamo a vedere il disegno.

 


Antonia Galvagna
Antonia Galvagna

Ideatrice del metodo "Around the Corner - Anche se il mondo è tondo tutto ciò che cerchi è dietro l’angolo."

Il mio perché: Essere la persona che avrei voluto incontrare nei momenti di svolta della mia vita.


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