Tollerare l’inabilità (e imparare dall’IA): una competenza che nessuno ci ha insegnato
IA, delega e responsabilità: perché siamo più pazienti con le macchine che con le persone? In questo articolo esploro cosa possiamo imparare dal modo in cui “alleniamo” l’intelligenza artificiale e come questo possa migliorare delega, comunicazione e crescita nei team.
Non voglio dare per scontato che tutti usino l’intelligenza artificiale, ma mi sento abbastanza tranquilla nel dire che anche tu che stai leggendo queste righe, probabilmente una conversazione con lei l’hai avuta.
Io lo ammetto: forse un po’ da “anziana della rete”,la considero ancora un motore di ricerca accelerato.
Mi immagino piccoli folletti digitali che sfogliano enciclopedie in tempo zero.
Questo mi fa fa sorridere, e al tempo stesso riflettere.
Mentre parlavo con il mio aiutante virtuale — che ho ribattezzato Mirò — mi sono sorpresa a dargli feedback accurati, precisi, costanti per migliorare la qualità delle risposte.
E lì è scattata la domanda: Perché con un’IA siamo pazienti e specifici, mentre con un collega o collaboratore perdiamo le staffe dopo due tentativi?
E soprattutto: Perché lo chiamiamo “tempo perso” quando è rivolto a un essere umano e lo chiamiamo “addestramento” quando è rivolto a una macchina?
La risposta parla di due cose: responsabilità e giudizio.
Con l’IA ci sentiamo autorizzati a spiegare, correggere, riformulare, riprovare, perché non temiamo il giudizio e perché (paradossalmente) ci assumiamo tutta la responsabilità del risultato.
Con le persone, invece, temiamo di apparire incompetenti se non sappiamo spiegare, temiamo il confronto, temiamo la contestazione, temiamo che l’altro ci veda mentre ancora impariamo.
Come dice Sartre: “L’inferno sono gli altri.” Ma forse l’inferno è l’immagine che abbiamo paura che gli altri vedano riflessa.
Se tolleriamo che l’IA non capisca subito…
… possiamo imparare a tollerare che anche l’essere umano non è un processore lineare.
Con ChatGPT lo diamo per scontato. Con un collega lo viviamo come inefficienza, perdita di tempo, mancanza di impegno.
Eppure, è lo stesso meccanismo: delega + feedback + ottimizzazione.
C'è un errore comune nella delega:
pretendere competenza prima di concedere apprendimento. La delega non è “ti dico cosa fare e poi sparisco”. La delega è:
- chiarire,
- allineare,
- verificare senza soffocare,
- accettare micro-errori come parte del processo,
- riconoscere che l’altro sta imparando a “fare come vorremmo”.
C’è un passaggio cruciale: Se delego, devo tollerare l’inabilità iniziale. Altrimenti non sto delegando: sto scaricando.
Una domanda scomoda
Se con una macchina ti prendi il tempo di dare feedback… perché non lo fai con una persona?
Potrebbero esserci due risposte:
- perché non sai come spiegare
- perché hai paura del confronto
In entrambi i casi la delega non è un’azione tecnica: è un atto di coraggio e responsabilità.
Il regalo (inaspettato) dell’intelligenza artificiale
L’IA, volenti o nolenti, ci sta facendo da specchio.
Ci sta insegnando cosa significhi addestrare prima di pretendere.
Ci mostra che il feedback è un dialogo, non un giudizio.
E soprattutto ci ricorda che la qualità della delega è una competenza che si allena.
Con le macchine, con le persone, con noi stessi.
Concludo con questo:
Alleniamoci a sbagliare senza vergogna, a spiegare senza giudizio, e a delegare come se scegliessimo di crescere insieme.
Perché l’ambiente protetto di uno schermo non deve diventare una scusa, ma un laboratorio di consapevolezza da portare nel mondo reale.
Antonia Galvagna
Ideatrice del metodo "Around the Corner - Anche se il mondo è tondo tutto ciò che cerchi è dietro l’angolo."
Il mio perché: Essere la persona che avrei voluto incontrare nei momenti di svolta della mia vita.