Perché non sono una mental coach ma una Project Solver
Project Solver: un approccio che unisce mental coaching, problem solving e project management per lavorare con più lucidità sui progetti di vita e lavoro.
Perché non sono una mental coach ma una Project Solver
Negli ultimi anni mi è stato chiesto molte volte se fossi una mental coach. La risposta è semplice: uso le tecniche caratteristiche del mental coaching, ma non mi definisco una mental coach.
Io sono una Project Solver. Con questa espressione definisco un approccio che unisce project management, problem solving strategico e mental coaching per lavorare sui progetti più importanti delle persone: lavoro, scelte e direzione di vita.
E non è stata una scelta casuale, né una questione di etichette. Anzi, mi sarebbe più comodo definirmi mental coach, fosse altro che per la facilità di ricerca. Oggi chi cerca una Project Solver?
Nella mia vita non ho mai scelto la strada più facile. Ho sempre scelto solo quella che mi sento bene a percorrere, anche fosse tutta in salita.
Project Solver è il modo più preciso che ho trovato per raccontare come lavoro e, soprattutto, che tipo di relazione voglio creare con le persone che scelgono di lavorare con me.
Il progetto più importante che abbiamo tra le mani
Project Solver è la sintesi tra project manager, problem solver e mental coach.
Queste sono le mie competenze e le mie passioni.
Il project management nasce per gestire progetti complessi: costruire un ponte, sviluppare un prodotto, coordinare team e risorse. Mentre mi formavo come mental coach ho scoperto gli innumerevoli parallelismi con il project management che da sempre mi accompagnava nella mia carriera.
Da lì ho deciso di usare mindset e tecniche semplificate del project management anche per il progetto più importante che ognuno di noi ha tra le mani: la propria vita.
Obiettivi.
Risorse.
Vincoli.
Priorità.
Correzioni di rotta.
Sono gli stessi elementi che troviamo nei progetti aziendali, con la differenza che qui il progetto riguarda noi stessi.
Nel mio lavoro utilizzo strumenti semplici ma potenti: la definizione degli obiettivi, la pianificazione delle azioni, la verifica dei risultati, l'aggiustamento delle strategie.
Non per trasformare la vita in un foglio Excel, ma per restituire alle persone il senso di direzione e, soprattutto, la responsabilità del risultato che ottengono — proprio come farebbe un project manager.
Perché non mi riconosco nella narrativa eroica della crescita personale
Un altro motivo per cui non amo definirmi mental coach riguarda il racconto che sempre più spesso accompagna la crescita personale.
Negli ultimi anni si è diffusa una narrativa molto eroica: "devi essere straordinario, devi spingerti oltre i limiti, devi dimostrare quanto vali" — magari attraverso la metafora dell'Ironman o di imprese epiche.
Io non credo in questo approccio, o perlomeno non completamente.
Meno che meno nella relazione se x = y: sei un bravo mental coach solo a condizione che tu possa dimostrare di saper fare azioni epiche.
Credo nella libertà di diventare ogni giorno una versione migliore di noi stessi, senza trasformare la vita in una gara continua.
Non serve dimostrare di essere degli eroi — almeno non quanto serve imparare a stare nel proprio percorso con consapevolezza, responsabilità e rispetto dei propri tempi.
Il mio ruolo non è quello di un guru
Non mi interessa stare su un piedistallo e non mi interessa essere la persona che ha tutte le risposte.
Mi sento molto più a mio agio in un altro ruolo: quello del direttore lavori di un cantiere.
Quando si costruisce un edificio, l'architetto non vive la casa al posto tuo, non prende le decisioni quotidiane al posto tuo.
Ma ha visione, metodo e regole per far sì che il progetto non crolli — e soprattutto per far sì che quella casa tu la senta poi davvero tua, tanto da essere quotidianamente felice di averla realizzata.
In questo senso, a volte mi sento un architetto dell’anima.
Il mio lavoro è creare lo spazio in cui le persone possano chiarire la direzione, vedere meglio i propri blocchi, usare gli strumenti giusti nel momento giusto, per diventare giorno dopo giorno più se stesse.
Una cassetta degli attrezzi fatta di più discipline
Essere una Project Solver significa anche un'altra cosa: non innamorarsi di una sola tecnica.
Nel mio lavoro utilizzo strumenti provenienti da ambiti diversi:
-
mental coaching
-
problem solving strategico
-
project management
-
linguistica e comunicazione
Ogni strumento ha il suo momento.
Il mio compito non è dimostrare quanto sono brava a usarne uno, né quanto bene vesto un'etichetta.
Il mio compito è trovare quello più utile per la persona che ho davanti.
La mia multipotenzialità non è stata un problema, ma un acceleratore
Per molto tempo mi è stato fatto notare che avevo interessi troppo diversi tra loro.
Oggi so che quella che sembrava dispersione era in realtà multipotenzialità — e che la capacità di unire discipline diverse è diventata il mio acceleratore di cambiamento.
Essere una Project Solver significa proprio questo: unire puntini che, presi singolarmente, sembrano lontani, ma che insieme tracciano un disegno definito e innovativo.
Il vero obiettivo del mio lavoro
Alla fine il mio lavoro ha un obiettivo molto semplice.
Creare le condizioni perché le persone che lavorano con me diventino più lucide, più autonome e più efficaci — senza sentirsi, nemmeno inconsapevolmente, in gara con me.
Quando questo succede, il progetto funziona. E il cantiere continua a crescere, anche quando (soprattutto) non sono più lì.
Vuoi capire se questo approccio fa per te?
Contattami per una prima call conoscitiva.
Parliamo del tuo progetto.
Antonia Galvagna
Ideatrice del metodo "Around the Corner - Anche se il mondo è tondo tutto ciò che cerchi è dietro l’angolo."
Il mio perché: Essere la persona che avrei voluto incontrare nei momenti di svolta della mia vita.