Perchè fai quello che fai?

Perchè fai quello che fai?

A lungo ho fatto le cose per farmi dire brava. Ora le faccio per scoprire quanto sono brava.
In mezzo una rivoluzione copernicana.

Perchè fai quello che fai?

Sono cresciuta con la sindrome della prima della classe.
E attenzione non mi è riuscito sempre tutto facile.
Soffro di dislessia, non in forma gravissima, ma ne soffro. O meglio non so più in che forma ne soffro perchè è parte di me ed è quel qualcosa in meno che si è trasformato in un qualcosa in più.

Proprio perchè ho faticato a imparare a leggere sono sempre stata super attenta a scuola e ho sviluppato la capacità di scovare nessi logici che ai più sfuggivano. Ho sempre mescolato i dati di più materie per tirarne fuori una visione completa e strutturata. Amo i dettagli, ma colgo il potere della visione di insieme. Cosa che mi torna utilissima anche oggi in consulenza.

Ma nella vita c’è sempre un ma. Nel corso degli anni la scuola e lo studio erano diventati il mio modo per farmi dire brava, ma avevo sviluppato una forte dipendenza dal giudizio altrui.
Alzavo sempre di più l’asticella. Avevo lasciato del tutto atrofizzato il muscolo responsabile di una corretta autovalutazione.
E così ho peregrinato per la vita, personale e professionale facendo sempre le cose per farmi dire brava.
Poi questo aspetto ha iniziato ad andarmi stretto come un paio di jeans dopo le abbuffate di Natale.
Ho inanellato frustrazione e sconforto che mixati con la mia mania per il perfezionismo hanno fatto sì che mi sentissi totalmente zavorrata in situazioni frustranti.

A un certo punto mi sono sentita come un criceto che corre corre, ma non arriva mai da nessuna parte, intrappolato in una ruota che non produce nemmeno elettricità. Vivevo tra una sfida e l’altra nell’attesa che qualcuno mi dicesse brava.
I brava arrivavano, sotto forma di responsabilità sempre crescenti, apostrofate da un cinico commento che forse si poteva fare ancora di più.
Ora non so dirti che c’era qualche cosa che passava sottopelle o se era una mia percezione.
Facciamo che me ne prendo la responsabilità.

Senza accorgermi avevo ingaggiato con me stessa e con chi mi circondava, una lotta al massacro.
Ero perennemente insoddisfatta dei miei risultati.
A un certo punto ho detto basta e sono andata a cercare un cambiamento.
Cambiamento che ho trovato in un efficacissimo quanto semplice strumento: lo strumento del feedback con cui la mia coach mi ha allenato.

Giorno dopo giorno ho iniziato a analizzare cosa avevo fatto bene e cosa potevo fare meglio.
Ho iniziato a definire i perimetri delle mie competenze, scoprire dove valevo 10 e dove un 6 scarso. Con onestà intellettuale ho mappato l’importanza di modificare quel “appena sufficiente” e mi sono rimboccata le maniche, in caso di necessità.

Giorno dopo giorno ho iniziato a provare il sottile piacere nello sfidarmi non per farmi dire brava, ma per scoprire quanto brava sono.

Ora condivido questo potente strumento in tante delle mie attività di coaching, ma anche di consulenza aziendale e non smetto mai di stupirmi nell’osservare quali effetti potentissimi può provocare saperlo usare bene.

Nel frattempo ho compreso che non c’è cosa migliore e più appagate di scoprire quanto divertente può essere la sfida con sé stessi condotta con gioia e allegria.


Antonia Galvagna
Antonia Galvagna

Ideatrice del metodo "Around the Corner - Anche se il mondo è tondo tutto ciò che cerchi è dietro l’angolo."

Il mio perché: Essere la persona che avrei voluto incontrare nei momenti di svolta della mia vita.


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