Normalizzare le competenze: la trappola di chi sottovaluta i propri risultati

Normalizzare le competenze: la trappola di chi sottovaluta i propri risultati

Normalizzi le tue competenze e non te ne accorgi: ecco perché sottovaluti quello che sai fare, come questo ti costa in carriera e come fare l'inventario dei tuoi punti di forza.

Normalizzare le competenze: la trappola di chi sottovaluta i propri risultati

C'è un momento, prima di quanto pensi, in cui smetti di vedere quello che sai fare. Non perché sia poco. Perché è diventato sfondo.

Un tempo quella riunione ti faceva sudare le mani. Oggi la conduci mentre rispondi a una mail. Un tempo preparare quel report era un'impresa da weekend. Oggi è il martedì pomeriggio.
Nel frattempo non sei diventato più bravo per magia: hai imparato, hai sbagliato, hai consolidato. E hai normalizzato.

Normalizzare una competenza significa renderla invisibile a te stesso. Il cervello lo fa per risparmio energetico: ciò che esegui in automatico non merita attenzione cosciente. Funziona benissimo per camminare. Funziona malissimo per la carriera.

I punti di FORZA nel modello S.F.E.R.A.

Ne parlo perché lo vedo ogni settimana in consulenza. Nel modello SFERA che uso con i miei clienti, la consapevolezza dei propri punti di forza non è un esercizio di autostima: è un prerequisito operativo.
È un fattore fondamentale al pari della sincronia, dell'energia, del ritmo e dell'attivazione, e rientra a pieno titolo tra i fattori di ottimizzazione della performance.
E la cosa che continua a sorprendermi è che a inciampare qui non sono solo i profili junior. Sono spesso le persone più preparate, quelle con curriculum solidi e risultati misurabili. Più diventi bravo, più normalizzi. Più normalizzi, meno vedi.

Il problema arriva su due fronti, e di solito non te ne accorgi finché non è tardi.

Il primo è lo standard. Quello che consideri normale diventa il metro per tutto il resto — quanto chiedere, quando candidarti, cosa rifiutare.
Se ritieni normale gestire un team di otto persone in tre lingue diverse, non lo scrivi sul CV, non lo porti in negoziazione, non lo conti quando valuti quel ruolo più grande.
Il mercato ti pagherà esattamente quello che pensi di valere. Non un euro di più, e di solito qualcuno di meno.

Il secondo è più subdolo, perché si traveste da umiltà. I risultati positivi li attribuisci alla fortuna, al contesto, al team.
I risultati negativi te li intesti tutti. Si chiama sindrome dell'impostore, e la parte di cui si parla poco è che funziona benissimo come alibi: se il merito non è tuo, neanche la responsabilità del prossimo passo lo è.
Resti dove sei e hai pure una giustificazione che fa simpatia.

Lo so perché ci sono passata.

Da studentessa e poi nella carriera in azienda, prima ancora di diventare consulente e di iniziare a indagare i meccanismi della mente, mi è capitato spesso di normalizzare.
Un progetto sfidante che nessuno aveva mai gestito, portato a casa, e di cui perdevo subito il gusto perché ero già protesa verso la sfida successiva.
Un'idea innovativa che una volta realizzata sembrava ovvia, quasi frutto della fortuna.
E quando invece arrivava l'errore, quella stessa minimizzazione diventava il terreno fertile per l'alibi opposto: non sono brava abbastanza. Non era il "so di non sapere" di Socrate. Era la sua imitazione comoda.

Non è un invito a vantarsi. È un invito a fare l'inventario.

Faccio la spesa male quando non so cosa ho in dispensa. Compro quello che ho già, dimentico quello che manca, e a fine mese ho speso il doppio per mangiare peggio. Le tue competenze funzionano uguale. Senza un inventario reale, investi tempo a sviluppare cose che hai già consolidato e ignori i buchi veri. Oppure peggio: non investi affatto, perché "tanto non basta mai."

Take away

Tre domande da farti questa settimana, in ordine:

Cosa facevo con fatica due anni fa e adesso faccio senza pensarci? Quello è l'inventario che non hai mai fatto.

L'ultima volta che ho avuto un risultato sopra le aspettative, a chi l'ho attribuito? Se la risposta è "sono stato fortunato" o "merito del team", riguardala. Il team c'era anche negli altri progetti che non sono andati così.

Cosa sto evitando di chiedere — un aumento, un ruolo, un cliente — perché penso di non essere pronto? Probabilmente lo sei da sei mesi e nessuno te lo ha detto perché non sta scritto da nessuna parte.

La consapevolezza dei tuoi punti di forza non è autocelebrazione.
È contabilità di base. Senza, stai navigando con una mappa vecchia, convinto che il territorio non sia cambiato. E intanto non vedi l'unica cosa che è cambiata davvero: tu.

 


Antonia Galvagna
Antonia Galvagna

Ideatrice del metodo "Around the Corner - Anche se il mondo è tondo tutto ciò che cerchi è dietro l’angolo."

Il mio perché: Essere la persona che avrei voluto incontrare nei momenti di svolta della mia vita.


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