Dislessia come prova di amicizia e coraggio

Dislessia come prova di amicizia e coraggio

Può un limite diventare una prova di amicizia e coraggio? Certo che sì e può anche essere letto come un limite che si trasforma in un test sociale.
Perché poi tutto dipende da come guardi le cose.

Dislessia come prova di amicizia e coraggio

Ho sofferto, ho pianto mi ha fatto male…tanto.
Nessuno è felice quando gli altri lo prendono in giro.
Ma sono stata fortunata.

Lo racconto adesso che di anni ne ho quasi 52 e ho collegato i puntini.

All’epoca della mia infanzia si sapeva poco o nulla della dislessia e di tutti i problemi legati all’apprendimento o ai disturbi attentivi.
Con il senno di poi forse vi dico e mi dico  “meno male”, perchè anche la standardizzazione delle diagnosi e dei metodi non è detto che sia sempre la via migliore.
Penso, ma questo è un mio punto di vista, che di strada ce ne sia ancora tanta da fare.

Ma torniamo a noi.

Non ero felice quando tutti in classe ridevano quando io leggevo e dalla mia bocca venivano fuori discorsi che alle orecchie dei compagni di classe sembravano antiche letture in ostrogoto.
Le parole mi si mescolavano davanti agli occhi.
Come non posso non raccontare la rabbia che mi montava quando dovevo stare ferma a studiare.
Non stavo bene, mi caricavo a molla e non vedevo l’ora di inforcare la bici e stare all’aria aperta o ascoltare il mio disco preferito al massimo del volume lasciandomi trasportare dal ritmo e dalle vibrazioni.
Per certi versi la severità dei miei mi ha aiutato…a scuola si doveva andare bene, anzi possibilmente essere i migliori. Punto. Non c’era margine per scuse o scorciatoie.
Al contempo ringrazio mia mamma che in modo visionario ha quasi inventato gli audiolibri.
Alle medie infatti c’era un prof che ci assegnava un libro al mese da leggere. Bene, io ero sempre in ritardo. E mia mamma per consentirmi di restare al pari, la sera registrava il testo su un'audiocassetta così io la mattina riascoltavo il capitolo mentre mi preparavo per scuola.
Alle medie ero anche quella che ogni giorno prendeva una copiatura perchè non stava mai ferma e le cadeva tutto dal banco. So declinare benissimo il verbo ubbidire. L'ho scritto nelle 6 persone almeno 100 volte al giorno.

Alle superiori mi è andata decisamente meglio e a posteriori ringrazio i proff che dopo un momento di conoscenza hanno capito che il mio scarabocchiare tutta l’ora era semplicemente il mio modo personale di connettermi con le loro informazioni.

Una mia fortuna? Ho sempre visto collegamenti che ai più sfuggivano, sono sempre stata interdisciplinare e la dialettica non mi è mai mancata. Mescolando tutto con una sana dose di curiosità, i limiti erano facilmente dimenticati e i risultati scolastici sono sempre stati ottimi.

Ancora oggi se partecipo a convegni o riunioni corro il rischio di passare per disattenta e poco rispettosa, perchè sembra che io mi faccia i fatti miei.
Fortunatamente sono arrivata a un momento della mia vita in cui un po’ me ne frego e un po’, se posso comunico le mie necessità e comunque nel limite del possibile gestisco e dissimulo.

E ora veniamo alla dislessia. Per me è un esperimento sociale.
Lo so che faccio errori nello scrivere, non li vedo nemmeno se il correttore me li segna e alcune volte faccio veramente fatica a trovarli anche quando il mio gruppo di supporto me li segnala.
Anche questo articolo se sei tra i primi a leggerlo potrebbe aver già registrato degli inciampi.

Ecco…sì, sono fortunata. Ho un gruppo di supporto che non si ferma all’errore, ma, leggendo con cuore e mente aperta ciò che scrivo, mi fa il dono di aiutarmi a mettermi al riparo da chi nota solo l’errore e non l’essenza.
E attenzione, è giusto notare l’errore, ci mancherebbe e sogno un giorno in cui non ne farò più, ma è giusto anche chiederci perchè l’errore c’è e cosa ognuno di noi può fare di diverso con i doni che la vita gli ha dato.
Io ho deciso di non farmi limitare da un deficit che non mi ha mai impedito di andarmi a prendere ciò che desidero, e questa mia forza mi fa scoprire ogni giorno i tratti specifici delle persone.
Mi chiedo…sarebbe stato lo stesso se io fossi stata “certificata”?

Sono d’accordo nel dare un aiuto, se l’aiuto è utile, ma al contempo penso sia utile vedere oltre al certificato e scoprire cosa c’è che si più fare sempre di più e di diverso.
Fosse anche solo lavorare sull’aspetto relazionale ed empatico. Le certificazioni, le etichette possono essere acceleratori di cambiamento ma anche freni, zavorre da cui diveta difficile e faticoso liberarsi.
Diverso non vuol dire necessariamente inferiore. Vuol dire che si vede e si fa in modo alternativo alla norma.
Le risate sì, quelle mi hanno fatto male, ma ho avuto la forza di lasciarle andare.
Non nego che alcune volte sono state anche il carburante per una sana vendetta, che passava attraverso il mio successo, mai attraverso lo sminuire gli altri.
I commenti ancora oggi alcune volte mi feriscono, ma poi penso a che vita triste hanno le persone che notano solo l’errore e non si fermano a fare o farsi una domanda in più

Questa domanda, queste considerazioni  mi stanno guidando a cercare risposte…perchè ognuno di noi può trovare la sua risposta e ognuno di noi in ogni situazione può fare la differenza.
Io oggi lo so!

 

 

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Chi è l’ɑutore di questo ɑrticolo

Antoniɑ Gɑlvɑgnɑ, coɑch, consulente e trɑiner.

Ideɑtrice del metodo “Around the Corner - Anche se il mondo è tondo tutto ciò che cerchi è dietro l’ɑngolo”

Il mio perchè: Essere lɑ personɑ che ɑvrei voluto incontrɑre nei momenti di “svoltɑ dellɑ miɑ vitɑ”

 

 



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