Convinzioni limitanti: perché ricordiamo le cose peggio di come sono andate
Perché a volte ricordiamo i nostri successi come imperfetti? Un racconto personale su convinzioni limitanti, self talk e come trasformare il sabotatore in alleato.
Qualche giorno fa ho fatto una cosa che non facevo da quasi trent’anni. Ho rivisto la mia discussione di laurea.
Mio papà ha recuperato la vecchia videocassetta e l’ha fatta convertire in digitale.
Un gesto semplice, ma per me tutt’altro che neutro.
Perché io quella registrazione non l’avevo mai più voluta rivedere.
Il ricordo che avevo costruito
Mi ero laureata con il massimo dei voti e la lode. Un percorso importante, un traguardo raggiunto, una discussione fatta a braccio perché il mio professore non aveva voluto preparare nulla. Eppure, se ripenso a quel momento, il ricordo che mi è rimasto non è quello.
Non mi ricordavo la soddisfazione e nemmeno la competenza.
Mi ricordavo una frase. Una sola, detta proprio dalla stessa persona che nel presente odierno mi ha fatto un dono prezioso. Mio papà, subito dopo la proclamazione, aveva sottolineato una imprecisione. Per la precisione, una cacofonia.
Ancora oggi io che ho voluto rivedere quel video, non la riesco a trovare. E allora non ne avevo avuto consapevolezza.
Ma quella frase ha fatto il suo lavoro. Per quasi trent’anni.
Quando un dettaglio diventa la storia
Quello che mi ha colpito, rivedendo il video, è stato questo: non mi sono riconosciuta.
Non perché fossi diversa.
Ma perché ero molto meglio di come mi ero raccontata per anni.
Presente, lucida, competente.
E allora la domanda è arrivata da sola: che cosa è successo in mezzo?
La risposta è scomoda, ma molto semplice: ho costruito un racconto. E dentro quel racconto ho dato spazio a una voce precisa.
Il sabotatore è un ottimo storyteller
Per trent’anni il mio sabotatore ha lavorato bene.
Non ha cancellato il risultato, ma ha spostato il focus.
Dal: “hai fatto un ottimo lavoro” al “potevi fare meglio”
E questo piccolo spostamento ha cambiato tutto, perché il nostro cervello non registra la realtà, ma registra il significato che gli diamo.
Non sono i fatti, sono le convinzioni
Questa esperienza mi ha ricordato una cosa fondamentale: non sono i fatti a costruire la nostra esperienza. Sono le convinzioni e le convinzioni sono filtri selettivi, potenti, silenziosi.
Sono le convinzioni che noi abbiamo su di noi, sugli altri e sul mondo che decidono cosa notiamo, cosa ricordiamo, cosa ingigantiamo, cosa riduciamo.
E soprattutto decidono che storia raccontiamo su noi stessi.
Quando il self talk diventa identità
Nel tempo, quella frase non è rimasta una frase.
È diventata dialogo interno, poi abitudine, poi lente, poi identità.
E questo è un passaggio delicato, perché il self talk non resta mai neutro.
Anzi! O ti sostiene o ti limita.
Il lato nascosto del “potevo fare meglio”
C’è però un aspetto interessante. Quella stessa voce che all’inizio mi aveva messo in difficoltà (decido di scriverla così, ma la realtà è che ci sono stata male da morire), nel tempo ha trovato un’altra strada.
Ha alimentato la mia forte tensione al miglioramento. Prima per dimostrare agli altri (i miei genitori in primis) che ero brava, poi per dimostrarlo a me .
Ho iniziato ad applicare in modo quasi maniacale il ciclo di Deming, ancora prima di studiarlo e scoprirlo in modo consapevole.
Pianificare.
Fare.
Verificare.
Migliorare.
Il punto è che lo stesso meccanismo può generare due esiti diversi:
- crescita
- pressione
Dipende da come lo usi, come ho detto poche righe fa.
Il rischio: migliorarsi senza mai riconoscersi
Quando il miglioramento diventa continuo ma il riconoscimento resta assente, succede una cosa.
Vai avanti, anche bene, ma senza mai sentirti davvero all’altezza. Perché ogni risultato viene subito spostato più avanti. Si cade nella trappola della perfezione invece di scendere in campo per l’eccellenza. E il presente non basta mai.
Rivedersi dopo trent’anni
Rivedere quel video è stato come interrompere un racconto. Non per negarlo, ma per rileggerlo.
E ho visto due cose insieme:
- quanto ero già solida allora (al netto della giovane età)
- quanta strada ho fatto nel frattempo
E per la prima volta, quelle due cose non erano in conflitto.
Una domanda che può cambiare prospettiva
Se c’è una cosa che porto a casa da questa esperienza è questa: quanto del giudizio che hai su di te è basato sui fatti… e quanto su una narrazione che si è consolidata nel tempo?
Perché a volte non serve cambiare vita, ma serve cambiare il modo in cui stiamo leggendo quello che abbiamo già vissuto.
Conclusione
Le convinzioni non sono sempre evidenti, ma lavorano in profondità.
E spesso non ci impediscono di ottenere risultati, ma ci impediscono di riconoscerli davvero.
Per questo, ogni tanto, vale la pena fermarsi e fare una cosa semplice ma potente: rivedere, riascoltare, rimettere in discussione, non per correggere il passato, ma per liberare il presente.
Perché a volte non è vero che potevi fare meglio.
È che hai imparato a guardarti così e forse, oggi, puoi iniziare a guardarti in modo diverso.
Antonia Galvagna
Ideatrice del metodo "Around the Corner - Anche se il mondo è tondo tutto ciò che cerchi è dietro l’angolo."
Il mio perché: Essere la persona che avrei voluto incontrare nei momenti di svolta della mia vita.